Gregorio Magno
ritrovato ... sotto le righe

Il ciclo del libro e il suo riciclo


Locandina Mostra Gregorio Magno

21 ottobre - 16 dicembre 2005
prorogata fino al 24 febbraio 2006

Esempio eclatante di un riciclaggio ab antiquo, il palinsesto, costruito con pergamena di poco costo perché precedentemente scritta e sommariamente ripulita in modo da renderla adatta ad un nuovo utilizzo, si pone come documento straordinario per meditare sul destino dei libri, come ha dimostrato il ritrovamento dell’antichissimo testimone di Gregorio Magno tra le righe di una Iliade latina destinata ai banchi di una scuola, avvenuto grazie agli studi su un manoscritto della Biblioteca Riccardiana. La pulizia non è riuscita a cancellare completamente la scrittura più antica, che infatti è ancora ben visibile, anche senza l’aiuto di luci o strumenti speciali. Si è scoperto così che, per costruire i tre fascicoli necessari all’Iliade, sono stati utilizzati sei fogli e mezzo di un codice molto più grande, a due colonne, copiato nel corso del secolo VII in una elegantissima scrittura onciale di tipo romano, contenente le Omelie su Ezechiele di Gregorio Magno, cioè le prediche che il papa aveva pronunciato a partire dagli ultimi mesi del 593 ma che aveva dovuto interrompere, senza arrivare a completare il commento del testo del profeta, quando i Longobardi ormai assediavano Roma.

Annunciando la ricostruzione del manoscritto, frutto di lunghi studi, abbiamo voluto ripercorrere, attraverso oltre 60 esemplari, la storia del libro dalla prima forma di rotolo a quella definitiva di volume, prendendo in esame i luoghi di produzione - lo scriptorium monastico, l’università, la bottega laica – e allargando il campo anche ai libri in alfabeto non latino a dimostrazione che supporti materiali, forme, dimensioni si adeguano alla destinazione, alla fruizione, alla disponibilità di materie prime. Esemplari da tutto il mondo manifestano la grande varietà di formati e di tipologie, talvolta dipendenti da necessità di trasporto o addirittura dalla disposizione testuale in relazione al tipo di lingua (sono esposti manoscritti etiopi, arabi, turchi, greci, persino tavolette polinesiane in corteccia d’albero). Si passa, poi, all’esame della struttura del libro partendo dal suo involucro esterno, la legatura intesa come funzionalità e ornamento, e la scrittura non dimenticando che un volume è, prima di tutto, un testo. Artisti e letterati trascrivono di propria mano, magari per consultazione personale o per farne dono speciale a un mecenate, come attestano gli “autografi eccellenti”: Petrarca, Boccaccio, Savonarola, Piero della Francesca, di cui è in mostra il manoscritto dei Trattati di Archimede, corredato di oltre 200 disegni, recentemente attribuito alla mano del grande artista. Ma non mancano anche esempi di copisti che hanno trascritto per professione o diletto, maestranze specializzate o gente comune, che copiavano un testo importante per interesse personale o per impiegare utilmente il tempo in occasioni eccezionali (un codice è stato scritto in carcere).

Le numerose note di possesso rivelano che molti artigiani (fabbri, beccai, calderai) ambivano a tenere in casa volumi di classici, la Commedia, i romanzi cavallereschi e non solo i libri di conti o di ricordi, strumenti di lavoro o di economia domestica. Splendidi manoscritti illustrati testimoniano l’arte delle “carte che ridono”. Più si salgono i gradini della scala sociale e più il libro diventa oggetto di lusso, in grado di rivelare ricchezza e potere, approntato per fini esibitori ed encomiastici. Proprio la miniatura e, talvolta, anche la legatura sono il terreno privilegiato per esprimere la grandezza del signore, attraverso il linguaggio distillato dell’araldica, dell’allegoria e del simbolo. Si espongono, tra l’altro, il salterio di Federico II, la legatura per Pio II, un codice di dedica a Carlo VIII e uno a Alfonso d’Aragona.

La committenza profana affianca e supera quella liturgica che ormai si affida alle botteghe laiche, organizzate con ritmi di lavoro assai sostenuti e garanzie di qualità. La grande produzione dei libri scolastici dimostra una diffusione del sapere abbastanza capillare, confermata dalle molte immagini che rappresentano non solo il monaco con i suoi confratelli ma anche il maestro in cattedra, in atto di insegnare, spesso con metodi pedagogici piuttosto sbrigativi, come testimoniano le miniature in mostra.

La complessità della lavorazione e la disponibilità limitata della materia prima giustificano i prezzi elevati e l’attenzione dei copisti medievali a non sprecare nulla e a riutilizzare pergamena già scritta. Il riciclo dei materiali non è una prassi inventata dal consumismo moderno: i manoscritti non più in uso per esigenze funzionali o estetiche venivano smembrati e utilizzati come coperte, carte di guardia o addirittura elementi di riempimento dei quadranti della legatura. Finalità economiche ma anche culturali suggeriscono, in qualche caso, audaci restauri, spesso filologicamente corretti, o un rapido aggiornamento del sistema decorativo con l’aggiunta di fregi consoni al mutamento di gusto. In Riccardiana sono conservati, ed esposti per l’occasione, alcuni dei rari testimoni di questa prassi di lavoro che colpisce per la sua modernità.

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