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La storia della Biblioteca

La Biblioteca Riccardiana è una biblioteca pubblica statale,  afferente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali; pertanto per le norme generali segue il Regolamento recante norme sulle biblioteche pubbliche statali, mentre le condizioni di accesso e il funzionamento dei servizi sono stabiliti dal Regolamento interno.
È specializzata nella conservazione, valorizzazione e tutela dei propri fondi manoscritti e rari a stampa e ha la sua sede storica nel Palazzo Medici Riccardi.

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Il progetto della costruzione del palazzo di famiglia fu affidato da Cosimo il Vecchio a Michelozzo che lo realizzò negli anni 1449-1450

La miniatura del Virgilio riccardiano (manoscritto Ricc.492), databile intorno al 1459, mostra le fasi di costruzione del palazzo.
La facciata su Via Larga, attuale Via Cavour, aveva dieci finestre bifore a tutto sesto al primo piano e altrettante al secondo. L’attività bancaria si svolgeva al piano terreno, realizzato in pietra forte, rivestito da bugnato rustico. Il primo piano, o piano nobile, dove alloggiava la famiglia, era il cosiddetto piano di rappresentanza dove si svolgevano le feste e i ricevimenti. Il secondo piano, rivestito da bugnato liscio, era il piano riservato alla vita privata. L’uso del bugnato degradante conferiva all’edificio maggior leggerezza e slancio verso l’alto. Fu la residenza storica dei Medici, signori di Firenze,  fino alla prima metà del XVI secolo. Nel 1539 Cosimo de' Medici , futuro granduca, vi festeggiò le proprie nozze con Eleonora di Toledo. L’anno dopo la coppia lasciò il palazzo  per trasferirsi nel Palazzo della Signoria. Il Palazzo Medici rimase ai cadetti di famiglia fino al 28 marzo 1659, quando il Granduca Ferdinando II de’ Medici lo vendette al marchese Gabriello Riccardi per la somma di 40.000 scudi
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I Riccardi - nascita e storia della raccolta libraria

Artefice della ricchezza di famiglia era stato probabilmente Iacopo, figlio di Anichino, che, nella seconda metà del Cinquecento, accumulò in breve tempo un cospicuo patrimonio grazie ad una accorta e fortunata attività commerciale. Alle molte e vaste proprietà fondiarie, che si estendevano anche in territorio pisano, si aggiungeva un banco che, fino a tutta la metà del XVII secolo, fu la più importante attività e fonte di reddito.
Fu Riccardo Romolo, poeta e letterato, che sulla fine del XVI secolo dette origine e impulso alla collezione dando così vita a una delle più interessanti e preziose collezioni fiorentine.
Il momento di maggior prestigio sociale fu raggiunto nel 1659 quando Gabriello e il nipote Francesco comprarono dai Medici il palazzo di via Larga, che era stato l'emblema stesso della famiglia Medici che da oltre un secolo dominava la città.
Subito iniziarono i lavori di restauro e di trasformazione che durarono circa trent'anni. Alla direzione dei lavori si succedettero Ferdinando Tacca, Pier Maria Baldi e Giovan Battista Foggini. Il palazzo fu notevolmente ingrandito: su via Larga furono aggiunte sette finestre ripetendo fedelmente il modello michelozziano e furono realizzate nuove sale fra cui spiccano la Galleria di Luca Giordano e la sala della biblioteca.

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Francesco Riccardi

Alla morte della zio Gabriello, fu Francesco a proseguire i lavori di ristrutturazione e ad occuparsi della sistemazione delle collezioni: i preziosissimi avori bizantini di Riccardo Romolo, nonché le gemme, le medaglie, i bronzi e il gran numero di monete antiche. Espressamente a questo scopo fece costruire a Roma gli armadi che nella Galleria si alternano agli splenditi specchi dipinti da Anton Domenico Gabbiani, Bartolomeo Bimbi e Pandolfo Reschi.
Tra il 1682 e il 1685 Francesco fece dipingere da Luca Giordano il soffitto della Biblioteca e la volta della galleria, che le faceva da splendido vestibolo. L'ideatore degli affreschi fu Alessandro Segni, a cui si deve l'iconografia rispettata dal pittore, che portò a termine l’opera con la sua proverbiale velocità. Il letterato si ispirò alle Tabulae Cebetis, anonimo poema greco che narra la storia dell'uomo con una complessa trama di simbolismi e allegorie (Biblioteca Riccardiana, Ricc. 25).
La Libreria fu solennemente inaugurata, insieme alla Galleria di Luca Giordano, nel 1689 in occasione della nozze di Ferdinando de' Medici e Violante Beatrice di Baviera.
Nel 1691 Giuseppe e Tommaso Nasini affrescarono la volta dell’attuale sala esposizioni con la storia di Ercole al bivio e quella della sala cataloghi  con la storia di Giove che sconfigge i giganti; le belle cornici architettoniche sono opera di Francesco Sacconi.
Frequenti erano le feste che riunivano nelle ricche sale le più alte personalità del momento; in queste occasioni venivano aperti gli armadi, offrendo all’ammirazione i preziosi oggetti, unitamente alle due porte che immettevano direttamente nella libreria, consentendo la vista del pregiato patrimonio librario. La galleria diventò così una vera e propria meta di pellegrinaggio culturale in virtù delle meraviglie che vi si potevano godere.

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La libreria

Francesco si occupò personalmente della realizzazione della biblioteca preoccupandosi non solo della comodità dell'ambiente ma anche di trovare addetti capaci di conservare i libri, di sorvegliarne l'integrità e di preservarli dai furti, come documenta il manoscritto riccardiano sulle buone regole per costruire una “libreria”, redatto da un intellettuale dell'epoca, esperto bibliotecario, proprio per volere del marchese (Ricc.2112). 
Curò personalmente gli acquisti, incrementando notevolmente il patrimonio grazie anche alla stimolante esperienza maturata nei molti viaggi all'estero compiuti, tra il 1665 e 1669, con il grande amico Alessandro Segni. Il Gran tour, che toccò le più importanti mete europee, permise a Francesco di frequentare le principali corti e visitare le biblioteche pubbliche e private più importanti, affinandone il gusto.

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Vincenzio Capponi

Nel 1669 Francesco sposò Cassandra Capponi; il suo arrivo segnò un incremento qualitativo e quantitativo della collezione sia artistica che libraria. Assieme a splendidi dipinti, la nobile dama portò in dono al marito la ricca biblioteca, costituita da ben 249 manoscritti e oltre 5000 rare edizioni a stampa, ricevuta in eredità nel 1688 dal padre Vincenzio. Il Capponi, ingegno versatile e pieno di curiosità, aveva intrecciato rapporti con Galileo e la sua cerchia ed era venuto in possesso di un gruppo di manoscritti dello scienziato, poi passati alla Biblioteca Nazionale nella prima metà dell' 800, per completare il consistente fondo galileiano là depositato.
Francesco continuò comunque ad arricchire la collezione libraria; fra i suoi fornitori compaiono spesso i nomi dei librai fiorentini Alessandro Frescobaldi, Santi Franchi, Iacopo Guiducci, Bastiano Scaletti, Vincenzo Volpi con i quali aveva continui scambi. L’interesse di Francesco per la sua biblioteca era tale che nel 1715, nella sua volontà testamentaria, stabilì che i volumi sia manoscritti che stampati presenti nella biblioteca rimanessero nelle scaffalature appositamente da lui volute.

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Il suddecano Gabriello Riccardi

Nel XVII secolo il principale fautore dell'incremento delle collezioni, soprattutto libraria, fu il suddecano Gabriello, che organizzò la biblioteca secondo l'aspetto attuale, concedendo fino dal 1737 agli uomini di cultura la possibilità di attingere al prezioso patrimonio librario, come dimostra un registro di prestito ancora oggi conservato (Ricc. 3481).
Gabriello acquistava personalmente le opere e, non trascurando l'aspetto estetico che offriva la vista dei volumi dalle grate a giorno delle monumentali scaffalature, ne curava la legatura, rivolgendosi a persone di fiducia. Un gran numero di volumi acquistati dal suddecano furono rilegati da Giuseppe Pagani secondo la moda e il gusto del tempo.
Le sue numerose acquisizioni erano facilitate anche dai rapporti privilegiati, dovuti alla sua carica, con le comunità religiose. Nel 1742 comprò dalle Montalve la raccolta degli scritti autografi di Giovan Battista Fagiuoli, tra cui il famoso diario in 27 volumi, vera e propria miniera di notizie sulla vita fiorentina, e nel 1748 dalle monache di santa Marta l’importantissimo nucleo dei codici romanici, molti dei quali di grande formato “atlantico”, splendidamente miniati. Acquistò in blocco la libreria dei Doni (937 manoscritti) e nuclei di manoscritti ed esemplari antichi dalle raccolte di importanti famiglie fiorentine (Strozzi, Davanzati, Salvini, Quaratesi,  De Ricci). Si assicurò autografi di ragguardevoli uomini di cultura del ‘700, tra i quali Giovanni Lami. Meritano una particolare segnalazione la corrispondenza di Lorenzo Mehus, riunita in 9 volumi, e l'importante acquisto di 3349 tra manoscritti e opere a stampa, di cui oltre 1200 postillati, della biblioteca di Anton Maria Salvini. Gabriello comprò anche i codici della biblioteca dell'umanista Nicodemo Tranchedini, mentre ricevette in dono i volumi di Giuseppe e Benedetto Averani.
Questi spezzoni, che pure recano i nomi prestigiosi del Ficino, del Varchi, dei Pandolfini, dei Nesi, degli Adimari ecc. non ebbero mai una collocazione propria come fondi staccati della raccolta, ma vi furono inseriti e integrati. Per questo, a differenza di tante biblioteche pubbliche, in cui è necessario orientarsi tra fondi diversi, ognuno con una sua fisionomia e magari con un suo inventario, la Riccardiana si configura ancora oggi come un'unica collezione.
Gabriello, dopo aver notevolmente ampliato la raccolta, spinto dal desiderio di riunire le collezioni di tutti i membri della famiglia, dette ulteriore impulso anche al "contenitore" librario. Aggiunse così alla Libreria una delle sale monumentali che fino ad allora aveva fatto parte degli appartamenti privati, attuale sala di esposizione, e acquistò nel 1782 dei fabbricati, realizzando l’ultima sala, attuale Direzione. 
 Nel 1786 il suddecano inaugurò le sale della Libreria e nel 1794 riunì la sua biblioteca privata con quella della famiglia. La risistemazione, anche fisica, sugli scaffali della nuova sala, che da allora sarà chiamata “Stanza I” ovvero “Stanza de’ manoscritti”, prevedeva un nuovo ordinamento generale dei codici, ripartiti per lingua, formato, argomento. Nel suo testamento del 1794 dette disposizioni per l’apertura al pubblico della biblioteca e del museo, dove i fiorentini si potevano “trattenere” con l’assistenza del bibliotecario. 

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Da biblioteca privata a biblioteca pubblica

Alla metà del secolo XVIII la fortuna finanziaria della famiglia cominciava a declinare; il patrimonio familiare, abbandonati i commerci, era alimentato solo dalle proprietà terriere e non poteva più sostenere il tenore di vita principesco dei Riccardi. Con Vincenzio, dichiarato interdetto nel 1804, si conclude il dissesto finanziario della famiglia; la gestione dei beni fu affidata al Tribunale fallimentare e dal gennaio del 1811 fino al 1814 si susseguirono le vendite all’asta.
L'insigne raccolta di opere d'arte, riunita con tanta cura e frutto di scelte attente e oculate, nonostante i vincoli testamentari, seguì la triste sorte delle proprietà fondiarie e si disperse completamente. Solo la biblioteca rimase fortunosamente intatta nel luogo che le era stato destinato.

Nel 1811, in occasione della messa all'asta del patrimonio riccardiano, fu redatto l'Inventario e stima della Libreria Riccardi, a stampa, a cui ancora oggi si fa riferimento e che costituisce l'unico strumento atto a documentare la consistenza completa del patrimonio librario a quella data.
Negli anni successivi la biblioteca corse il rischio di esser dispersa e alienata, facendo la triste fine delle collezioni artistiche. Il 1812 segna il momento della massima crisi facendo temere per le sorti della raccolta, oggetto di baruffe giudiziarie. Dopo alterne vicende, ceduta allo stato nel 1815, la biblioteca fu dichiarata di pubblico uso dal Granducato di Toscana con rescritto del 9 ottobre 1815 e fu nominato bibliotecario  Francesco Fontani che tanto si era adoperato per mantenerne l'autonomia e non consentire il suo passaggio in altre mani, conservando quella destinazione pubblica che i suoi proprietari, con tanta lungimiranza, avevano voluto fino dal secolo precedente. Fu nominato sotto bibliotecario Luigi Rigoli, a suo tempo assunto dal suddecano Gabriello, a cui si deve l'inizio della catalogazione dei manoscritti.
Quando più tardi si tentò di accorpare la biblioteca alla Marucelliana, il Rigoli indirizzò il 18 gennaio 1819 una supplica al Granduca che ne garantì l’autonomia. Nel 1876 la Riccardiana venne data in amministrazione al prefetto della Nazionale, a cui rimase legata fino al 1884 e successivamente, nel 1898, fu affidata alla direzione amministrativa della Laurenziana. Rimasta chiusa al pubblico dopo la prima guerra mondiale fu riaperta nel 1942 e da allora ha assunto la sua configurazione attuale, riacquistando completamente la propria autonomia e mantenendo intatto il fascino antico.

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Le nuove acquisizioni

Nel XIX secolo il patrimonio della biblioteca ha continuato ad arricchirsi con acquisti e donazioni: 134 volumi di pregiate miscellanee di Giuseppe Del Rosso nel 1831; 55 volumi di manoscritti di Mario Pieri insieme con la sua corrispondenza nel 1852; il ricco lascito di carte di argomento politico di Abramo Basevi nel 1873, tra cui 32 volumi di giornali; la corrispondenza politica e letteraria di Leopoldo Galeotti, lasciata per testamento nel 1879; 24 volumi di "spogli letterari e bibliografici" del Mehus (Ricc. 3869-3892), già appartenuti al principe Baldassarre Buoncompagni, acquistati nel 1899 per l.300 scudi.
In tempi più recenti si sono aggiunte la donazione dell’intero fondo di lettere e volumi di Renato Fucini, la raccolta di volumi riguardanti la storia dell’arte della Società di Storia della Miniatura e di Melania Ceccanti e l’archivio delle Sorelle Chiostri, il famoso atelier fiorentino punta d’eccellenza dell’artigianato toscano in quella felice stagione che negli anni Cinquanta rese Firenze capitale della moda.

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Le Sale monumentali

- Sala di lettura

La struttura della Sala di studio è rimasta intatta come l’aveva voluta Francesco Riccardi che si era occupato personalmente della realizzazione degli scaffali e aveva affidato la decorazione in stucco e legno dorato all’abilità di Giovan Battista Foggini. Per la fornitura e messa in opera di tutta la struttura lignea "con la mostra di barbe di noce e dentro d'abeto", poi lustrata con cera, il marchese si rivolse a due artigiani fiorentini, Tommaso e Giuseppe Stecchi. Nella sala di studio si possono ancora ammirare i due ordini di scaffali con “diciotto sportelli a telai retati di filo di ferro” e “due scalette a pozzo rinchiuse a guisa d’armadio” che permettono l’accesso ai ballatoi.
Il programma iconografico dell'Affresco della Sala di lettura, realizzato da Luca Giordano, fu ideato da Alessandro Segni  appositamente per la biblioteca. Dopo la realizzazione dell’affresco, venne intrapresa la decorazione delle pareti secondo le indicazioni di Giovanni Battista Foggini; furono realizzati splendidi stucchi, opera dei fratelli Ciceri e di Anton Francesco Andreozzi, dorature ad opera di Domenico Gori. Nei Cartigli si leggono versi di Torquato Tasso e Dante Alighieri.
In fondo alla sala compare lo stemma inquartato Riccardi - Capponi a ricordo delle nozze di Francesco con Cassandra Capponi avvenute nel 1669. Nella parete opposta, esattamente di fronte, sempre del Foggini, il busto marmoreo di Vincenzio Capponi.

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- Sala di esposizione

Nel 1786, per volere di Gabriello Riccardi furono ampliati gli ambienti monumentali che ospitavano le collezioni, aggiungendo le attuali Sala di esposizione e Sala di direzione.
La realizzazione dell’Affresco della Sala di esposizione si deve a Giuseppe e Tommaso Nasini, pittori di Castel del Piano sul Monte Amiata, che nel 1691 raffigurarono sulla grande volta "Ercole al bivio".
Nell’immagine accanto, ambientata in Sala di esposizione, il pittore fiorentino Tito Lessi riproduce dal vero non solo le strutture delle librerie ma anche le suppellettili, come tavoli e sedie, identiche a quelle documentate nelle varie relazioni consultabili nell’Archivio della Biblioteca.  Unica concessione alla fantasia è la collocazione cronologica di questi studiosi in pieno Settecento, come rivela l’accuratezza dell’abbigliamento e delle acconciature con le vistose parrucche.

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 - Sala di direzione

 

La Sala della Direzione, aggiunta nel 1786, è caratterizzata da una volta a padiglione con decorazioni floreali in stucco di gusto neoclassico. Agli angoli quattro cammei in finte pietre dure accolgono i ritratti dei filosofi e dei poeti dell’antichità greca e romana, Cicerone, Omero, Virgilio e Platone, che alludono al tema della cultura classica. Una scaffalatura lignea perimetrale coeva, con arredi in legno dipinto a finto marmo e a finto legno con profilature dorate, fu realizzata per accogliere i manoscritti della famiglia. Per salire ai ballatoi si ricorse all’elegante artificio degli scaffali girevoli dai quali accedere ad una scala di legno situata nella parte retrostante la direzione attuale. L’unitarietà della sala nelle sue decorazioni e nei suoi arredi crea un affascinante ambiente neoclassico dedicato a Minerva e alle Muse, come enunciato nell’iscrizione presente sotto la finestra, che ne documenta la data di ultimazione.

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